Arrivata al centesimo articolo su dafmag.it, mi sono chiesta che cosa fare per questo bel traguardo. Visto poi che la cifra tonda coincide esattamente con Halloween, potevo scegliere una strada facile, come scrivere di un qualche film horror che conosco a memoria o fare un articolo sui costumi da sfoggiare quest’anno (io sarò il Diavolo dei tarocchi). E invece no. Per questo centesimo pezzo ho deciso di uscire dalla mia comfort zone e di buttarmi su un territorio di cui non so assolutamente nulla: i videogiochi horror.
Che poi il problema di fondo è uno solo: io non gioco ai videogiochi.
O meglio, la mia gloriosa carriera si è fermata ai tempi d’oro della PlayStation 2. Quando la mia ludoteca personale era fatta di Ratchet & Clank, qualche partita a F1, i tie-in improbabili di Madagascar e Ratatouille e, ciliegina sulla torta, sessioni poco talentuose con il tappetino con le frecce per ballare e qualche karaoke casalingo. Insomma, il survival horror non era esattamente in cima alle mie priorità.
I titoli che non possono mancare
Per orientarmi in questo mondo per me inesplorato, ho fatto la cosa più logica. Ho chiesto consiglio a un’intelligenza artificiale e ad alcuni amici.
L’IA ha tirato fuori nomi molto popolari del genere: Resident Evil, Silent Hill 2, Alien: Isolation. Capolavori – pare – indiscutibili, di cui avevo anche già sentito parlare. Insieme a loro, sono usciti anche altri “must” come Outlast, Amnesia e Five Nights at Freddy’s.
Decisamente più vari, invece, i consigli che sono arrivati dagli amici: citati Resident Evil 2 (rigorosamente “originale, no remake”) e Silent Hill 1, altri mi hanno detto di preferire Little Nightmares con le sue atmosfere grottesche, il perturbante Yomawari, il Giappone spettrale di Project Zero: Maiden of Black Water, Bye Sweet Carole con quel suo look da vecchio classico Disney trascinato in un incubo e pure Dino Crisis 1 “se si può considerare horror”.
Tra i consigli non poteva mancare un cult totale da pc (l’unico giocato anche dalla sottoscritta): Slender. Bosco buio, fiato corto, torcia che illumina a malapena e l’ansia di dover raccogliere quelle otto pagine prima di essere presi in quel silenzio spettrale. Un altro amico, infine, mi ha nominato The Last of Us, spostando l’attenzione su un gioco dove il vero terrore non è il mostro dietro l’angolo, ma il peso di un mondo in frantumi.
Sarà la volta buona?
Non so ancora quale proverò e probabilmente continuerò a preferire il microfono di SingStar (anche se la prospettiva di spegnere la luce e diventare la protagonista di un horror, lo ammetto, non mi dispiace per niente). Ma sono certa che la curiosità con cui affrontiamo anche le tematiche lontane da noi è quella che ci fa andare più avanti, persino oltre al centesimo articolo.
Quest’anno, forse, la maratona di film di Halloween può anche aspettare.
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