Negli ultimi tempi su Instagram continuavano a comparirmi video assurdi: scene create con l’intelligenza artificiale, personaggi con le orecchie da gatto, storie surreali tra studenti e miliardari, ma soprattutto clip cariche di allusioni sessuali, sguardi ammiccanti e situazioni al limite del provocatorio. All’inizio pensavo fosse colpa del mio algoritmo, che conosce bene i miei gusti tra romanzi rosa e romcom: magari i social avevano preso quell’inclinazione per le storie d’amore che cerco di solito e l’avevano esagerata, restituendomi una versione decisamente grottesca e spinta di quello che, però, effettivamente mi piace.
Poi, leggendo un paio di articoli, ho scoperto che non si trattava solo del mio feed: si chiamano microdrama ed è un mercato gigantesco.
Sono serie pensate solo per lo smartphone, con puntate girate in verticale che durano uno o due minuti. Le storie girano tutte attorno agli stessi tre o quattro elementi: tradimenti, licantropi (o creature simili), ricconi spietati e una quantità industriale di colpi di scena uno dietro l’altro, con l’unico scopo di non farti saltare il video. Non c’è un’idea di regia, la recitazione è approssimativa e il doppiaggio è visibilmente generato dall’intelligenza artificiale.
Ma è proprio sulle pubblicità di lancio che si giocano la partita più furba. Per adescarti mentre scorri la bacheca, queste app usano brevi clip con un’alta tensione erotica o situazioni equivoche. Meta e TikTok avrebbero regole molto severe sui contenuti espliciti o allusivi, ma le società che producono i microdrama hanno trovato il modo di aggirare i controlli automatici. Usano inquadrature molto strette, posizioni ambigue e personaggi che rimangono formalmente vestiti. I filtri delle piattaforme, quindi, lasciano passare il video; chi guarda, invece, capisce al volo l’allusione. E se un account viene segnalato o bloccato, ce ne sono altri cento pronti a ripubblicare lo stesso contenuto con un nome leggermente diverso.
Le puntate a gettoni
Se poi si cede alla curiosità e si scarica l’app, il sistema per monetizzare è subito chiaro. I primi quattro o cinque episodi sono gratuiti, giusto il tempo di farti capire chi sono i personaggi e piazzare la prima scena hot o il primo ricatto. Poi la storia si ferma nel momento di massima tensione e da lì in poi si paga a gettoni. Non c’è un abbonamento mensile come su Netflix: compri dei pacchetti di monete virtuali per sbloccare due minuti alla volta, oppure devi guardare tre o quattro pubblicità di fila per elemosinare la puntata successiva. È lo stesso meccanismo dei giochi per il cellulare, e muove miliardi di dollari.
Ovviamente queste app funzionano grazie alla nostra ormai scarsissima soglia di attenzione e al nostro desiderio di avere tutto subito. I tempi di una puntata alla settimana, dei 30 minuti di episodio intervallati da altrettanti 30 minuti sparsi di pubblicità, dell’attesa dell’uscita in prima visione del film dell’anno… ormai sono tempi andati. Ma ha senso arrendersi all’idea che l’unica risposta possibile al nostro bisogno di immediatezza sia questa fruizione usa e getta, in cui preferiamo esaurire al volo storie scadenti piuttosto che rispettare i tempi che la costruzione di un bel racconto inevitabilmente pretende?
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Immagine copertina: @dramabox_official / Instagram



