Un’amica mi ha raccontato di recente di aver comprato uno di quei bracciali intelligenti che monitorano le funzioni vitali. Lo usa soprattutto per il sonno: appena sveglia prende il telefono, apre l’app e controlla come ha dormito. Se lo schermo le dice che è andata bene, è più contenta. Lei, ovviamente, è consapevole di come ha dormito. Eppure l’app le dice qualcosa che lei non sa e che la incuriosisce.
Fino a poco tempo fa ci si vantava più che altro di dormire quattro ore per lavorare di più o incastrare un’altra gita nel weekend. Ora l’ossessione si è ribaltata: si chiama sleepmaxxing ed è una nuova fissa che sta spopolando sui social, ma soprattutto nella vita reale. Dormire non è più una cosa spontanea che fai perché sei stanca, ma una disciplina da ottimizzare, tracciare e misurare.
Un po’ come funziona per i running club o per le routine da “5 am club”, si crea un’ansia da prestazione salutista che deve trasformare qualsiasi aspetto della vita — dalla corsa al riposo — in una rigorosa disciplina, da seguire e da mostrare. In Asia il fenomeno ha già contorni ben definiti. Come riportato recentemente dall’ANSA su dati del Korea Times, in Corea del Sud lo sleepmaxxing è diventato la risposta disperata di una generazione devastata dal burnout — con oltre un terzo dei giovani che dichiara di soffrirne — e con le diagnosi di disturbi del sonno schizzate a oltre 1,3 milioni all’anno. Ha persino soppiantato la moda del miracle morning, quella che ti imponeva di svegliarti all’alba per correre o meditare. La costante, però, non cambia: persino quando proviamo a curare la nostra stanchezza, finiamo per farlo con lo stesso approccio iper-performante che ce l’ha provocata.
Andare a letto è diventato un mezzo rituale olimpico. Non basta spegnere la luce: servono camere freddissime, luci rosse, integratori di magnesio, mascherine oscuranti e persino i cerotti sulla bocca per forzare la respirazione dal naso. E poi, ovviamente, lo smartwatch, l’anello intelligente o uno di quei bracciali pronti a darti il voto sulla notte appena passata.
L’ortosomnia
La medicina del sonno, comunque, dice cose molto più semplici (e meno monetizzabili). Per dormire bene bastano le solite regole base: sette o otto ore regolari, una stanza buia, poca caffeina e niente alcol per “addormentarsi prima”. Roba banale. I cerotti sulla bocca, invece, oltre a non avere chissà quali prove scientifiche dietro, possono essere pure pericolosi se soffri di apnee o hai il naso chiuso.
Ma la parte peggiore dello sleepmaxxing è proprio la paranoia che si può creare. Più cerchi di controllare ogni dettaglio della notte, più rischi di farti venire l’ansia. Gli esperti lo chiamano ortosomnia: l’ossessione di dover per forza collezionare dati e punteggi perfetti sul sonno.
Ed ecco il circolo vizioso: ti svegli, guardi l’app, vedi un punteggio basso per la fase di “sonno profondo” e ti convinci di essere distrutta ancora prima di scendere dal letto. Sei tormentata dall’idea di non aver riposato, ti innervosisci, e la notte dopo finisci per dormire male davvero.
© RIPRODUZIONE RISERVATA DI PROPRIETÀ DELL’EDITORE
Fonti e approfondimenti
Scienza del sonno e ortosomnia: Stefano Sermonti, “Sleepmaxxing, la corsa al sonno perfetto: cosa dice davvero la scienza”, Mondosanità (13 ottobre 2026).
Tendenze e burnout in Corea del Sud: “La nuova tendenza in Corea del Sud è lo sleep maxxing”, ANSA Lifestyle (7 ottobre 2026).



