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Andrea Tagliabue e TABU: il legno come cultura d’impresa

Da Cantù ai mercati internazionali, il racconto di un’azienda che ha trasformato la materia prima in innovazione, identità e valore umano.

Ci sono realtà capaci di raccontare la leadership di un territorio attraverso la forza dei risultati, ed è innegabile che i numeri di Tabu Spa parlano chiaro: un bilancio 2024 che fotografa 172 dipendenti, un fatturato di 34 milioni di euro e un EBITDA che supera i 3 milioni. Ma dietro a questa straordinaria solidità economica c’è un patrimonio più profondo, fatto di volti, storie e una filosofia aziendale che mette, e metterà sempre, la componente umana al primo posto. Abbiamo respirato da vicino questa eccellenza territoriale capace di esportare in tutto il mondo un prodotto unico, senza mai perdere di vista le proprie radici, e abbiamo il piacere di raccontarvela attraverso le parole di Andrea Tagliabue, Vice Presidente di Tabu Spa. Ecco cosa ci ha raccontato.

Tabu nasce nel 1927 a Cantù e oggi è una realtà presente in oltre 60 Paesi, specializzata nella produzione di piallacci naturali, tinti e multilaminari. Guardando alla storia dell’azienda, quali sono stati i passaggi decisivi che hanno accompagnato questa crescita, fino al riconoscimento internazionale di oggi?

Nel 1927 l’azienda nasce da un’intuizione molto precisa: applicare al legno il concetto di tintura già utilizzato nel mondo dei tessuti. Da qui prende forma l’idea della “tintoria del legno”, un approccio innovativo che avrebbe poi definito l’identità di TABU. Un passaggio decisivo avviene nel 1963, quando l’attività inizia a trasformarsi da realtà artigianale a impresa industriale. Il prodotto, ancora fortemente innovativo per il mercato, viene presentato e proposto in diversi Paesi come soluzione capace di colorare il legno valorizzandone le caratteristiche. Negli anni Settanta, con mio padre e i suoi fratelli, l’azienda avvia una fase di ulteriore trasformazione e apertura internazionale. I primi mercati sono stati quelli europei, a partire dalla Jugoslavia, per poi arrivare progressivamente in America e Canada. La costruzione della rete commerciale è stata un percorso complesso. All’inizio il principale strumento erano le fiere, dove TABU presentava i propri prodotti a mobilieri, architetti e operatori del settore. Con il tempo, le tecniche di vendita si sono affinate e il mercato si è ampliato attraverso una struttura sempre più organizzata, basata su agenti, distributori e filiali.

La storia di TABU attraversa generazioni: dal nonno Achille al padre Enrico agli zii, fino a lei ed ai suoi cugini. Molte PMI faticano a gestire la transizione; come è avvenuto il passaggio di responsabilità nel vostro caso e che consiglio darebbe per trasformare questo momento in un acceleratore di crescita globale?

Il primo passaggio generazionale, da mio nonno Achille a mio padre Enrico, è avvenuto in seguito alla sua scomparsa. Mio padre e i suoi fratelli hanno quindi preso in mano l’attività, portandola avanti con grande impegno. Noi nipoti, invece, ci siamo inseriti progressivamente, ritagliandoci poco alla volta il nostro spazio. Oggi io e le mie sorelle siamo rimasti in azienda e insieme a mio padre, che nel frattempo ha liquidato i suoi fratelli, guidiamo la gestione aziendale. Una caratteristica della mia famiglia è che non ci è mai stato regalato nulla: ci è stato insegnato a guadagnarci le cose, a credere nel lavoro e nei valori importanti. Mio padre e i miei zii lavoravano sette giorni su sette. Lavoravano anche la domenica, dopo la Santa Messa tornavano a lavorare in azienda. Oggi il mondo è cambiato. Si tende, giustamente, a rispettare maggiormente gli equilibri di ogni lavoratore. Però credo che, insieme a questo cambiamento, rischiamo anche di perdere una parte dello spirito di sacrificio che ha permesso a molte aziende di crescere. È un tema su cui mi interrogo spesso: quanto è sostenibile oggi questo modello? Oggi lavoriamo cinque giorni alla settimana e forse, in futuro, si arriverà a fermarsi ancora prima. Comprendo e rispetto questa evoluzione, ma ai miei figli dico sempre una cosa: non abituatevi troppo al lusso e vivete ogni momento con la valorizzazione dei doveri e non con le pretese dei diritti. Poi il passaggio di responsabilità, per me, non riguarda solo la gestione dell’azienda. È qualcosa di più profondo. Credo che il nostro tempo su questa terra sia transitorio e che il nostro compito sia cercare di lasciare dei semi. Alcune persone, nella storia, sono state capaci di farlo in modo straordinario; penso a Leonardo, per fare un esempio. Il mio obiettivo è lasciare un segno. Qualcosa che possa rappresentare un arricchimento, anche piccolo, per l’umanità. Magari resterà tutto qui, a Cantù, e per me sarebbe comunque una vittoria: significherebbe aver raggiunto il mio obiettivo.

TABU unisce tecnologia industriale e cura artigianale. Con sedi a New York e Shanghai, e collaborazioni in settori di lusso. Quali sono state le barriere culturali più complesse da superare per far comprendere il valore unico del legno tinto Made in Italy all’estero?

La prima complessità riguarda la materia stessa. Il legno è una materia prima viva, mobile, che nasce da un albero e quindi ha bisogno dei suoi tempi per crescere. Tempi che noi vogliamo rispettare. Una delle barriere più difficili da superare è proprio questa: ogni giorno riceviamo richieste da architetti e progettisti che cercano un legno perfetto. Ma la perfezione, in natura, non esiste. In un certo senso siamo “maltrattati” da madre natura, perché il legno porta con sé venature, nodi, sfumature, variazioni. Elementi che spesso vengono percepiti come difetti, ma che per noi sono segni di unicità. È quindi anche una questione di formazione. Gli architetti, che oggi rappresentano una parte importante dei nostri interlocutori, spesso vengono formati in contesti in cui non hanno la possibilità di toccare con mano la complessità della materia. Per questo cerchiamo di trasmettere ciò che conosciamo e ciò che abbiamo imparato nel tempo. Da questa volontà nascono progetti come il contest Ideas4Wood e la Red Box555: strumenti pensati per avvicinare progettisti e architetti al legno vero, permettendo loro di fare un’esperienza concreta, anche tattile della materia. Credo che TABU, il prossimo anno, arrivi a festeggiare cento anni di storia proprio per questo: perché dietro al prodotto c’è un valore, una conoscenza e una cultura del legno che continuiamo a custodire e a trasmettere.

Il vostro prodotto sembra mettere in discussione l’idea tradizionale di perfezione: non nasconde le caratteristiche naturali del legno, ma le valorizza.

Sì, esatto. Attraverso la nostra lavorazione cerchiamo di dare valore alla tridimensionalità del legno e alla sua naturale espressività. Allo stesso tempo, dobbiamo confrontarci con le esigenze dell’industria, che richiede standard, categorie e parametri di riferimento sempre più precisi. Il nostro lavoro consiste quindi nel partire da una materia prima naturale, per sua natura variabile, e renderla più leggibile e gestibile all’interno di processi produttivi strutturati. Per farlo utilizziamo diverse tecnologie come i laser, gli scanner ad alta definizione, che ci aiutano a classificare il materiale. Dobbiamo individuare determinate caratteristiche e definire categorie di riferimento. In questo modo possiamo offrire un prodotto più coerente con le esigenze del mercato, senza perdere il legame con la natura autentica del legno. È un equilibrio delicato: valorizzare la materia senza tradirla, rendendola però compatibile con le necessità del progetto, della produzione e dell’industria.

Con le collezioni “Rethinking the Future”, Tabu porta questa visione anche sul piano dell’innovazione e della circolarità, scegliendo un riuso razionale e appropriato delle risorse in fase di produzione. Secondo lei, il mercato internazionale sta cambiando il proprio modo di percepire il valore estetico e progettuale della materia prima?


Ni. Dopo il periodo del Covid c’è stata certamente un’esplosione dei temi ESG e una maggiore attenzione verso sostenibilità, responsabilità e uso consapevole delle risorse. Nel nostro caso, però, questo non si è tradotto in un beneficio economico così rilevante come forse ci si poteva aspettare. Ha generato fatturato, sì, ma in misura ancora limitata rispetto agli investimenti fatti. Detto questo, resto convinto che un uso corretto e specifico della materia prima sia fondamentale. Ogni parte dell’albero ha valore. Cercare solo piante perfette non è semplice e, soprattutto, non è sostenibile. La vera sfida è imparare a utilizzare tutte le parti del legno. Faccio spesso un esempio molto concreto: dovremmo trattare l’albero come si tratta il maiale, di cui si dice che non si butta via niente. Per me “Rethinking the Future” significa proprio questo: prendere tutte le materie prime-seconde, valorizzare ogni parte dell’albero e trasformarla in una risorsa. Un esempio sono i pannelli multilaminari della collezione che noi produciamo. Vengono realizzati utilizzando diversi scarti, provenienti da alberi e legni differenti, poi tinti con un’unica colorazione. Il risultato è un pannello composto da tanti legni diversi, ma con una sua coerenza estetica e progettuale. C’è poi un aspetto importante: se vogliamo usare solo il noce, dobbiamo avere solo alberi di noce. E questo significa intaccare la biodiversità. Utilizzare invece legni diversi e parti diverse dell’albero permette di lavorare in modo più razionale e più rispettoso della biodiversità della foresta e di madre Natura. Anche con il contest Ideas4Wood chiediamo ai partecipanti di confrontarsi con questo principio: usare tutte le parti del legno, avvicinandosi alla natura della materia e non soltanto alla teoria del progetto. È ancora una volta un tema di formazione, di cultura e di consapevolezza che noi non smettiamo di trattare.

Il contest Ideas4Wood è un modello avanzato di co-creazione. Perché investire sui giovani designer è vitale per TABU e qual è il ritorno reale in termini di brand equity e innovazione di prodotto?

Ideas4Wood nasce dalla necessità di continuare a formare e promuovere l’innovazione e l’utilizzo dei piallacci di legno. Inizialmente, come TABU, promuovevamo un altro concorso. Avevo chiesto agli organizzatori di inserire una sezione specialistica dedicata all’utilizzo del piallaccio, ma la proposta non è stata accolta. A quel punto abbiamo deciso di crearne uno nostro. Quest’anno si concluderà l’ottava edizione e faremo la nostra serata conclusiva presso il palazzo di Regione Lombardia. Nel tempo abbiamo raccolto migliaia di progetti: tra questi vengono selezionati i migliori, circa un centinaio arrivano in finale e una ventina vengono poi premiati. La cosa più bella, per me, è proprio questa: fare un pezzo di strada insieme e lasciare qualcosa. Ideas4Wood non nasce come un concorso pensato semplicemente per premiare chi realizza il prodotto più bello. Al centro ci sono le idee, la libertà di espressione, la possibilità per i giovani designer di immaginare nuovi modi di usare il legno e il piallaccio. Il contest prevede una giuria, un vincitore e diversi progetti premiati. Alcuni di questi vengono poi portati avanti e realizzati. In particolare, qualche anno fa, abbiamo presentato un prodotto vincitore al Salone del Mobile che poi è stato subito copiato. Sebbene arrabbiati per questo plagio, ci consoliamo sicuri che stiamo facendo la cosa giusta, dettando mode e promuovendo la creatività nel nostro settore. A volte essere copiati significa anche essere davanti, essere “leader”! In futuro ci piacerebbe coinvolgere anche EUIPO (Ufficio Europeo per la Proprietà Intellettuale), all’interno del nostro concorso, per istruire e raccontare ai giovani architetti e designer quanto sia importante proteggere la propria proprietà intellettuale. Investire sui giovani designer è fondamentale perché non sono ancora “spoiled” dalle logiche consolidate del settore. Pensano fuori dalla zona confortevole, fuori dagli schemi. Sono un terreno ancora molto fertile, e proprio per questo possono portare idee nuove, libere e capaci di aprire prospettive diverse anche per l’innovazione di prodotto.

In un mondo marketing-centrico che punta alla velocità, come riuscite a comunicare la complessità industriale e artigianale del legno tinto senza perdere l’attenzione di un pubblico che ha sempre meno tempo? Qual è il “linguaggio” TABU per raccontare l’invisibile qualità produttiva?


Oggi il time to market è fondamentale. Non riguarda solo la velocità con cui un prodotto arriva sul mercato, ma anche l’efficienza con cui riusciamo a raccontarlo. Quando ci si rivolge a una platea ampia, che riceve continuamente stimoli e messaggi, bisogna riuscire a colpire un punto preciso. Per noi quel punto è l’artigianalità: la capacità di far innamorare le persone di un prodotto vivo, utile, nobile, che continua in qualche modo a crescere e a trasformarsi. Il linguaggio di TABU passa da qui: dal racconto della materia, della sua complessità e del lavoro necessario per renderla gestibile. Bisogna continuare a spiegare questi aspetti: la ripetibilità del legno, il controllo, la gestione della materia prima, la sua sostenibilità e la capacità di portare dentro un processo industriale un elemento naturale che, per sua natura, non è mai completamente uguale a se stesso. La qualità produttiva invisibile si racconta proprio mostrando questo equilibrio: da una parte l’artigianalità e la sensibilità verso il legno, dall’altra la capacità di controllarlo, renderlo ripetibile e trasformarlo in un prodotto adatto alle esigenze del mercato.

Il tema del time to market riguarda anche la scelta delle materie prime. Come gestite oggi l’approvvigionamento del legno e in che modo questa scelta incide sulla sostenibilità e sull’innovazione dei vostri prodotti?


Il legno che utilizziamo arriva da diverse parti del mondo. Oggi, però, ci sono specie che scegliamo consapevolmente di non gestire più per motivi di sostenibilità. Penso, ad esempio, al legno di ebano: è un legno che può impiegare anche 300 anni per crescere e questo non è compatibile con una logica di time to market, né con il modo in cui oggi intendiamo l’uso responsabile della materia prima. Per questo cerchiamo di orientarci verso soluzioni alternative, capaci di rispondere alle esigenze estetiche e tecniche del mercato senza gravare su risorse difficili da rigenerare. Un esempio è il teak multilaminare, realizzato da piantagioni certificate FSC: lo coloriamo, lo componiamo e otteniamo un prodotto durevole come il teak, ma più coerente con una gestione razionale e consapevole della risorsa.

Oggi le aziende comunicano in un contesto di “digital noise”, dove il rischio è perdere coerenza tra ciò che si racconta all’esterno e ciò che si vive all’interno. Come riuscite a mantenere allineata la narrazione di TABU, dal progettista internazionale al collaboratore nello stabilimento di Cantù? E quanto è strategica, in questo senso, la comunicazione interna?

È fondamentale riuscire a trasmettere a tutti i livelli dell’organizzazione i bisogni degli architetti e le richieste che arrivano dal mercato. Quando si lavora con una materia come il legno, spesso il desiderato del cliente non coincide esattamente con ciò che la natura mette a disposizione. Per questo è importante che tutta l’azienda comprenda il valore di certi passaggi. Anche l’introduzione di nuovi strumenti o nuove procedure, che sulla carta può sembrare semplice, nella pratica si scontra spesso con il “si è sempre fatto così”. La vera sfida è far capire, a tutti i livelli, che fare le cose in modo diverso può portarci verso una crescita. Una procedura nuova può spaventare, lo so. Ma una delle difficoltà più grandi, per noi, è allineare la rete commerciale mondiale sui progetti e superare quella tendenza a trattenere le informazioni. È un comportamento che si vede spesso nelle aziende: persone che coltivano il proprio orticello, non condividono conoscenza e fanno fatica ad aprirsi al cambiamento. Ma questo non porta valore. Oggi possiamo avere progettisti in America, falegnami in Italia e clienti in Cina. In questo scenario, una delle complessità maggiori è riuscire a seguire tutte queste figure, mettere in ordine le informazioni e mantenerle allineate lungo tutto il processo. È un tema che riguarda molti business internazionali: quando la filiera si allarga, il rischio è che le informazioni si disperdano, vengano trattenute o arrivino in modo parziale. Per noi, il passaggio da una rete basata solo sugli agenti a una struttura con distributori e poi filiali, è stato anche una risposta a questa esigenza. In questo senso, la struttura internazionale non è solo uno strumento commerciale, ma anche un modo per ridurre la distanza tra chi immagina il prodotto, chi lo richiede e chi materialmente lo realizza. Io sono un uomo del fare. Molte volte, più che dire agli altri cosa fare, cerco di farlo io per primo.

Lei si è definito un uomo del fare. Guardando al suo percorso, quanto è stato importante avere una figura di riferimento forte, come suo padre?

Io voglio pianificare un’uscita. So che quando avrò settant’anni dovrò poter dire: questa è l’uscita. Magari farò altro, magari resterò qui senza poteri operativi, ma le nuove generazioni devono crescere. Potrebbero essere i miei figli, se lo vorranno, oppure altre persone: questo non posso saperlo oggi. La fortuna, per me, è stata avere una figura come mio padre come esempio in azienda. Lui mi ha dato un riferimento forte, ma poi mi ha anche detto: vai. E da lì ho dovuto costruirmi la mia esperienza, farmi la mia “pellaccia”, imparando direttamente sul campo.

Vogliamo chiudere con quest’ultima domanda. Si parla spesso di fast fashion, ma molto meno di fast design. Eppure anche il mondo dell’arredo e del progetto sembra aver accelerato: più prodotti, più collezioni, più velocità, forse meno cultura della materia. Dal vostro osservatorio, il design sta perdendo parte della sua profondità originaria o sta semplicemente cambiando forma?


Il legno ha perso e continua a perdere mercato, ma non per una questione di prezzo. Il tema principale riguarda le tempistiche di produzione. È molto più semplice costruire un palazzo di cento piani e arredarlo con materiali plastici stampati, standardizzati, immediatamente disponibili e replicabili. Quando invece si lavora con una materia prima naturale, si dice che “il lavoro non esce mai dalle mani”. Il processo è diverso, perché c’è sempre una componente di gestione, cura e adattamento che non può essere completamente eliminata. Questo va in contrasto con molti progetti contemporanei, che hanno bisogno di tempi certi, forniture rapide e risultati prevedibili. La velocità del mercato non sempre si sposa con il tempo del legno, né con il concetto di durabilità che un prodotto naturale e artigianale porta con sé. Il legno non può seguire quella velocità. Ha bisogno di tempo. Cerchiamo di insegnare a gestire da leader queste scelte, di spiegare e trasmettere ai professionisti che dietro questa materia ci sono qualità e unicità: elementi che richiedono tempo, ma che restituiscono un valore diverso al prodotto finale.

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