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Quattro paia di Birkenstock

Brutte, comode, milionarie: la saga Birkenstock

Quattro paia di Birkenstock

Mio marito e io ci siamo sposati in Birkenstock. Quando lo abbiamo annunciato, le reazioni della famiglia si sono mosse tra lo sconcerto e il panico da galateo. Tra l’altro, niente edizioni speciali satinate o decorazioni con perle – tipo quelle nate dalla collaborazione con la designer Danielle Frankel – ma due semplicissime paia di Arizona: uno color cipria e l’altro bianco. Alla fine il verdetto dei parenti è stato unanime: eravamo belli comunque. Ma quella riluttanza iniziale, poi rientrata davanti alla prova dei fatti, racconta meglio di qualunque saggio la parabola culturale delle nostre Birkenstock.

Ironia della sorte: mio marito, le Birkenstock, le usa da quando era un ragazzino. C’è stato persino un anno intero in cui, per via di un’unghia incarnita, si è mosso e ha viaggiato ovunque solo con quelle ai piedi. All’epoca rinunciare alle scarpe chiuse era un rimedio medico doloroso ed esteticamente punitivo; le occhiate per strada non lasciavano scampo. A ripensarci adesso, con il brand quotato in Borsa, quell’ostinazione forzata avrebbe meritato una percentuale sulle vendite future (o quanto meno uno spot pubblicitario dedicato).

La presa di coscienza

Per passare da calzatura da nascondere a consacrazione globale, è avvenuta una rivoluzione silenziosa, ma inesorabile. Per decenni siamo stati abituati all’idea che l’eleganza richiedesse una minima quota di sofferenza: tacchi spillo, materiali rigidi, forme strette e calzature pensate per la posa più che per la deambulazione.

Poi, però, sempre più persone hanno iniziato a provarle, le Birkenstock. E hanno scoperto una verità banale quanto eversiva: stare comodi cambia la giornata (pazzesco!). E così quel plantare in sughero è passato dall’essere un segno di trascuratezza, alla dimostrazione che l’approvazione altrui non vale di certo un’ora di mal di piedi. Capito questo, la moda ha fatto il resto, sdoganando il ciabattone fino ai piedi delle spose e nei guardaroba delle modelle.

La rivincita della forma

Oggi la parabola si è compiuta: le Birkenstock sono un gigante da borsa valori, un fenomeno pop e uno status symbol dai prezzi sempre più sostenuti. Eppure, proprio questa trasformazione ha innescato un secondo effetto collaterale: la nascita di un archetipo.

Quello che era il brevetto di un singolo marchio si è trasformato in un nuovo standard culturale. Oggi chi sceglie quella silhouette non cerca più necessariamente la firma tedesca sul plantare, ma la filosofia che c’è dietro: sia che viri sui cloni a basso prezzo, sia che preferisca opzioni artigianali, vegane o locali, di qualsiasi fascia economica. Il vero vincitore della storia, alla fine, non è solo il logo impresso sulla pelle, ma l’idea che la comodità non si può più negoziare.

© RIPRODUZIONE RISERVATA DI PROPRIETÀ DELL’EDITORE

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