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I krapfen del Rifugio Friedrich August

Tutti in fila per lo stesso Krapfen

I krapfen del Rifugio Friedrich August

Ci sono mattine in cui la terrazza del Friedrich August assomiglia più a un raduno di fashion blogger che a un rifugio sulle Dolomiti. A 2.300 metri d’altitudine, l’attenzione di centinaia di persone si sposta dal Sasso Lungo a un bancone di legno letteralmente sommerso da bombe alla crema e spolverate di zucchero a velo. Eccoli lì: giacche ad alte prestazioni da centinaia di euro e occhiali tecnici, utilizzati per coprire a passo lento i dieci minuti di discesa che separano la stazione della funivia dal primo vassoio disponibile.

L’autenticità usa e getta

Il paradosso di questi fenomeni è che nascono quasi sempre inseguendo un’idea di genuinità. Il bombolone caldo in quota è stato quel piccolo premio spontaneo scovato alla fine di un sentiero, un dettaglio di cucina da raccontare al ritorno. Poi è arrivato il famoso algoritmo: un video che azzecca qualcosa, accumula milioni di visualizzazioni e trasforma quel posto in una tappa obbligatoria del consumo di massa. Da quel momento, il fascino originario si autodistrugge. L’esperienza cessa di essere una scoperta personale e diventa un compito da depennare da una lista di cose già viste ovunque.

Vogliamo tutti aver fatto la stessa foto

La vera stortura del turismo contemporaneo sta in questo raggruppamento forzato. Intere vallate silenziose e chilometri di sentieri incontaminati vengono sistematicamente ignorati per concentrare masse enormi negli stessi cinque o sei spot imposti dal feed. Come scriveva di recente Il Post in un’analisi sui flussi estivi, ci si muove ormai con una vera e propria mappa mentale dettata dai social. Si viaggia con il paraocchi: invece di esplorare il territorio, ci si mette in fila per fare esattamente la stessa foto scattata da tutti gli altri, nello stesso identico punto.

Il consumo della montagna

La storia del Friedrich August dimostra come le logiche del consumo urbano abbiano colonizzato anche i posti che un tempo scappavano a queste dinamiche. Non si va più in quota per vivere l’ambiente, ma per consumarne un frammento visivo da esibire. E finché la paura di perdersi l’unico scatto virale conterà più della curiosità di scoprire cosa c’è dietro l’angolo, continueremo, come minimo, a fare due ore di fila a duemila metri per un buon dolce che potremmo mangiare in qualsiasi pasticceria sotto casa.

© RIPRODUZIONE RISERVATA DI PROPRIETÀ DELL’EDITORE

Foto copertina: © Rifugio Friedrich August

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