Che lo smartphone ci impedisca di godere del mare è una banalità che ci trasciniamo da anni. La questione davvero interessante, per chi si occupa di comunicazione e non solo, non è notare la nostra dipendenza dagli schermi a Ferragosto, ma capire perché continuiamo a lavorare gratis per i social proprio mentre stiamo pagando fior di quattrini per il diritto di non fare nulla.
Il tempo libero come materia prima
La risposta ha poco a che fare con la semplice vanità e molto con l’evoluzione della nostra presenza online. Senza accorgercene, abbiamo trasformato le ferie nello spazio principale in cui alimentare la nostra reputazione digitale. Se un tempo la vacanza era la parentesi in cui congelare l’immagine pubblica, oggi è la materia prima per lucidarla.
Applichiamo alle ferie una regia inconscia ma rigorosa. Valutiamo un piatto di spaghetto alle vongole o la luce del tramonto non per l’emozione del momento, ma per la loro resa in formato 9:16. Non è più solo ostentazione: è la cura ossessiva di un’estetica coerente con il nostro brand personale. Il momento di massima decompressione finisce così per richiedere lo stesso sforzo strategico dell’orario d’ufficio: scegliere il framing, azzeccare l’orario di pubblicazione, selezionare l’audio in tendenza.
La presenza come tassa d’iscrizione
A questo si aggiunge la morsa delle piattaforme, strutturate per non tollerare il vuoto. Scomparire per due settimane significa veder crollare le metriche. E la condivisione estiva cessa di essere un gesto spontaneo e diventa una tassa di soggiorno digitale per non scivolare nell’irrilevanza.
Il risultato è uno sdoppiamento schizofrenico: una parte di noi prova a staccare, l’altra veste i panni del social media manager di se stessa. Ma il paradosso finale è che, mentre ci affanniamo a documentare ogni tramonto per non farci dimenticare, finiamo per produrre esattamente lo stesso rumore di fondo di chiunque altro. Forse la vera provocazione oggi non è imparare a postare meglio, ma accorgersi che l’algoritmo si nutre della nostra paura di sparire: e che due settimane di vuoto digitale non cancellano chi siamo, rendono solo più interessante quello che avremo da dire al rientro.
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