Dalla bottega di Cantù al mondo, la storia di un’azienda che ha scelto la coerenza alla moda, la sostenibilità alla scorciatoia, l’eredità al consumo.
Nel cuore della Brianza, dove tradizione e innovazione si intrecciano da generazioni, Riva1920 continua a raccontare una storia fatta di materia viva, valori radicati e scelte coraggiose. A guidare l’azienda c’è Maurizio Riva, imprenditore-artigiano con un’idea molto chiara: il legno non si lavora solo con le mani, ma anche con la coscienza. In questa intervista, ripercorriamo insieme a lui i passaggi chiave di un’impresa familiare diventata emblema del Made in Italy sostenibile, tra ricordi personali, sfide imprenditoriali e una visione etica che mette al centro l’uomo, la natura e il tempo.
La storia di Riva1920 nasce come bottega artigiana a conduzione familiare nel 1920 a Cantù. Quali sono i ricordi più vividi che conserva del padre Mario e del nonno Nino Romano, e in che modo queste figure hanno plasmato il suo approccio all’impresa? «La nostra storia nasce nel 1920, con mio nonno Nino Romano, a Cantù. Era una bottega piccolissima, fatta di mani, legno e passione. Negli anni ’40 è subentrato mio padre Mario, e io sono cresciuto lì, dentro quel laboratorio. Da ragazzino facevo piccoli lavoretti, niente di speciale, ma osservavo. Respiravo il profumo del legno, ascoltavo il rumore degli strumenti, vedevo mio padre e mio nonno lavorare fianco a fianco. Quelle immagini mi sono rimaste dentro. Mio padre mi ha insegnato la pazienza, il rigore e il rispetto per il legno. Ogni pezzo ha un’anima, e bisogna saperla ascoltare. Era una figura semplice, come lo era mio nonno. Gente concreta, artigiani veri. E io credo di essere rimasto così: semplice. Non mi sento superiore a nessuno. Valgo quanto valgono gli altri, e basta. Loro hanno aperto quella che io chiamo “una porticina imprenditoriale”, e da lì è passata la passione, un po’ di sana follia, e anche un pizzico di incoscienza. Perché ci vuole anche quella, per andare avanti.»
Qual è stato il momento in cui ha capito che la sua azienda aveva superato i confini locali e stava diventando un brand riconosciuto a livello internazionale?
«Il vero momento di svolta è stato nel 1992, con la nostra prima partecipazione al Salone del Mobile di Milano. Fino ad allora realizzavamo arredi su misura, ma sentivo che era arrivato il momento di cambiare passo. Volevo portare la nostra identità artigiana in una dimensione più ampia, più consapevole. In quell’occasione abbiamo presentato uno stand interamente disegnato e ideato da noi: era il nostro primo vero progetto di prodotto coordinato, e vederlo lì, in mezzo ai grandi, mi ha fatto capire che stavamo entrando in un’altra categoria. Il segnale forte è arrivato proprio in quei giorni, quando il Sig. Pesch — un nome di peso assoluto nel settore — ha visitato lo stand, ha osservato con attenzione il nostro lavoro, e nel giro di poco ha acquistato il 60% di quello che avevamo esposto. Quando uno come lui sceglieva, il mercato ascoltava. È stato un momento simbolico, concreto e potente, che ci ha aperto immediatamente una porta enorme, soprattutto sul mercato tedesco. Da lì, il percorso è stato tracciato. Abbiamo iniziato a collaborare con designer di fama internazionale come Renzo Piano, Mario Botta, Terry Dwan, che ci hanno aiutato a portare la nostra visione nel mondo: in Giappone, negli Stati Uniti, in Francia, in Cina. Oggi il nostro mercato è composto per il 60% da export, e il marchio Riva1920 è riconosciuto globalmente come sinonimo di qualità, sostenibilità e autenticità del Made in Italy. Ma ciò che conta di più è che tutto nasce e resta qui, a Cantù. Il nostro centro produttivo è unico, radicato nel territorio, e ogni pezzo che esce dai nostri laboratori è frutto del sapere artigiano che abbiamo ereditato e custodito. Crescere a livello internazionale non significa perdere identità, ma al contrario rafforzarla. Parliamo al mondo con la lingua dei valori: rispetto per il legno, qualità del lavoro, coerenza nel tempo. E sì, è vero: il riconoscimento all’estero ha alzato l’asticella anche in Italia. Oggi il pubblico nazionale si aspetta il massimo, e noi sentiamo quella responsabilità. Ma non è un peso: è uno stimolo. La qualità, per noi, non è mai stata un’opzione. È un dovere.»
Nel ’87 avete inaugurato la prima unità produttiva e nel ’92, avete debuttato al Salone del Mobile con un manifesto dichiarato: “no al legno truciolare”. Può raccontare che effetto ebbe quella provocazione e in che modo vi ha differenziato?
«Abbiamo deciso di presentarci con un messaggio chiaro, forte, quasi spiazzante: “NO al legno truciolare”. Non era solo uno slogan. Era una presa di posizione netta, che metteva in discussione le logiche dominanti dell’epoca. In quegli anni, molti stavano abbandonando la tradizione artigianale per rincorrere la produzione industriale: MDF, laminati, truciolare… materiali economici, veloci da lavorare, ma lontani dall’idea di un mobile che dura nel tempo. Noi, invece, abbiamo scelto di rimanere fedeli al legno massello, alle finiture naturali, alla qualità vera. Lo abbiamo fatto con coraggio, e con convinzione. Le reazioni? All’inizio non sono mancate le perplessità. Alcuni ci vedevano come degli “eretici”, altri ci prendevano per visionari. Ma quella coerenza ci ha resi riconoscibili fin da subito. Non ci siamo messi in vetrina per seguire una moda, ma per dichiarare chi eravamo e cosa volevamo costruire. Oggi molte aziende parlano di sostenibilità, ma spesso è solo una patina di marketing. Noi abbiamo fatto quella scelta, più di 30 anni fa, quando non c’era ritorno d’immagine, quando dire “no al truciolare” significava andare contro corrente, non salire su un trend. Ecco perché credo che la nostra sia stata una scelta pionieristica, non opportunistica. Lavorare il legno massello non è facile, né economico. Ma ha un valore culturale profondo. Significa produrre per tramandare, non per consumare. Significa creare oggetti che abbiano una vita lunga, che diventino parte delle storie familiari. Certo, qualche resistenza esiste ancora. Ma vediamo anche una nuova consapevolezza: sempre più persone vogliono sapere cosa c’è dietro un prodotto. E quando capiscono che ogni nostro mobile è fatto con legno vero, lavorato con rispetto, senza sostanze tossiche, scelgono con convinzione. Per noi il legno non è un materiale qualunque: è un’eredità viva, che va trattata con cura. Ed è questo che ci differenzia, ancora oggi.»
Quali sono stati i momenti più sfidanti o significativi nella storia dell’azienda, e come li avete affrontati?
«Nella storia di un’azienda ci sono passaggi duri, momenti in cui ti giochi tutto. E ogni volta bisogna scegliere: resistere o cedere, restare sé stessi o inseguire scorciatoie. Noi, ogni volta, abbiamo scelto la strada più difficile, ma anche la più vera. Il primo grande scossone è arrivato con la crisi del 2008. Tanti hanno tagliato, delocalizzato, abbassato i prezzi per restare a galla. Noi no. Abbiamo tenuto tutta la produzione in Italia, qui a Cantù, senza licenziare nessuno. E non abbiamo mai cercato di vendere abbassando il valore di ciò che facciamo. Anzi, in quel momento abbiamo raddoppiato la qualità, investito nelle persone e nella formazione. È anche lì che abbiamo iniziato a usare legni unici come il Kauri millenario, le Briccole veneziane e il Cedro profumato del Libano, pezzi che raccontano storie vere, non solo design. Abbiamo scelto di parlare a un pubblico che cerca sostanza, non solo forma. Nel frattempo siamo anche cresciuti, ma senza mai snaturarci. Nel 2005 abbiamo aperto la seconda unità produttiva, nel 2010 il Riva Center, con Showroom, Museo del Legno. E nel 2013, il terzo stabilimento dedicato al Cedro del Libano. Espandersi, per noi, non ha mai significato diventare industriali. Significa portare la cultura del legno a un livello più alto, più accessibile, ma sempre autentico. Certo, quando aumentano i numeri, aumenta anche il rischio. Ma noi abbiamo trovato un equilibrio: una produzione dove la tecnologia abbraccia la tradizione artigianale. Le prime fasi le affidiamo a macchine CNC, ma la finitura è tutta manuale. Ogni mobile ha la sua carta d’identità, non esiste stock indistinto. Ogni pezzo è unico, come unico è il legno con cui è fatto. Poi è arrivato il Covid, e lì… beh, è stato un tempo sospeso. Tutto si è fermato, ma le persone erano a casa, e cercavano bellezza, calore, legno. Per quanto possa sembrare sorprendente, sul piano produttivo è stato un periodo positivo per noi. Ma resta il fatto che ha rappresentato uno shock collettivo, qualcosa di totalmente inaspettato che ha messo tutti di fronte a una realtà nuova e difficile da decifrare. Un mondo senza logica, pieno di gente che ragiona, ma spesso ragiona male. E lì ti rendi conto anche di quanto siamo tutti fragili. Il mestiere di imprenditore-artigiano, oggi, vuol dire questo: stare dentro all’azienda, viverla giorno per giorno. Io sono nei reparti, vedo i falegnami lavorare, parlo con i ragazzi. Non si guida un’azienda come la nostra da una scrivania. Serve testa, sì. Ma anche pancia, mani, fiato. Ogni crisi, ogni sfida, ogni espansione ci ha insegnato una cosa: o cresci rimanendo te stesso, oppure stai solo ingrandendo un contenitore vuoto. Noi abbiamo scelto di crescere lenti ma coerenti. È più faticoso, ma è l’unico modo per fare qualcosa che resti. Perché quello che facciamo, alla fine, è questo: produrre per tramandare.»
Ci ha citato materiali come il Kauri o le briccole veneziane, legni antichi e di recupero. Questa scelta vi colloca come azienda sensibile al rispetto per la natura. In che modo la sostenibilità è integrata non solo nei materiali, ma anche nella progettazione e produzione quotidiana dei vostri arredi?
«Per noi la sostenibilità è prima di tutto una questione di rispetto: per il legno, per chi lo lavora, per chi lo userà dopo. Non è solo una questione ambientale: è culturale, etica, generazionale. Io dico sempre: produciamo con onestà per tramandare, non per consumare. Usiamo legni con storie incredibili: come il Kauri, che ha 48.000 anni e arriva dalla Nuova Zelanda. Alberi caduti naturalmente e rimasti sotto terra per millenni, che noi riportiamo alla luce per creare tavoli lunghi anche 12 metri, senza giunte. Pezzi di preistoria, trasformati in bellezza. Poi ci sono le Briccole di Venezia, quei pali immersi nella laguna, corrosi dal sale, lavorati da un mollusco denominato teredine marina e segnati dal tempo. Le recuperiamo e le trasformiamo: legno antico, nobile, che racconta l’Italia più autentica. Lavoriamo anche il Cedro del Libano, spesso da alberi abbattuti per motivi di sicurezza urbana, mai per abbattere foreste. Il profumo di questo legno è unico: basta entrare in reparto per sentirlo. E da qualche anno, recuperiamo anche Barrique esauste, botti di rovere usate per il vino. Le disassembliamo, le lavoriamo una ad una e diamo loro nuova forma. Anche lì: trasformare, non sprecare. Tutti i nostri prodotti sono finiti a mano con oli vegetali e cere naturali, senza vernici chimiche, senza plastificazioni. È una scelta impegnativa: richiede più tempo, più cura. Ma permette al legno di respirare, vivere e invecchiare con dignità. E poi, diciamocelo: in un mondo pieno di tossine e materiali artificiali, il vero lusso è un mobile che non inquina la tua casa. Un tavolo “sano” oggi vale più di mille effetti speciali. La produzione è tutta interna, qui a Cantù. Ogni pezzo ha la sua storia, tracciata. Ogni scarto viene riutilizzato: per fare complementi, pellet o energia. Noi ci crediamo davvero, da sempre — non da quando la sostenibilità è diventata argomento da fiera. Sul fronte sociale, investiamo nei giovani, nella formazione, nei rapporti veri. Abbiamo un reparto con tante donne, con artigiani che restano in azienda per anni. Niente subappalti al ribasso, nessun compromesso. Noi siamo pronti: ogni nostro tavolo ha la sua carta d’identità, e ogni nostro mobile può essere lasciato in eredità, non in discarica. Questo per me è il senso del nostro lavoro: dare forma a qualcosa che dura, che vale, che ha un significato.»
Il progetto ‘Ground Zero… Ground Heroes’ è uno dei progetti più intensi e simbolici nella storia di Riva 1920. Cosa ha significato per lei, come uomo e imprenditore, lavorare su un progetto simile, realizzando un’opera che celebra il valore del ricordo?
«Il progetto Ground Zero… Ground Heroes è stato uno dei momenti più intensi e profondi della mia vita. Non nasce da una strategia commerciale, né da un’operazione d’immagine. Nasce da una domanda semplice e personale: cosa può fare un falegname, un artigiano, di fronte a una tragedia come l’11 settembre? Noi non volevamo donare solo soldi. Volevamo costruire un gesto che durasse nel tempo, che potesse diventare un segno. E così abbiamo realizzato cinque tavoli in Kauri millenario, un legno che ha 48.000 anni, scelto proprio per il suo valore simbolico: resistente, eterno, nato dalla terra, sopravvissuto al tempo. Era la materia perfetta per ricordare quei 343 vigili del fuoco del FDNY che sono morti dentro le Torri per salvare vite. Abbiamo coinvolto cinque grandi designer — Renzo Piano, Mario Botta, Antonio Citterio, Terry Dwan e Paolo Pininfarina — e ognuno ha interpretato il tema con sensibilità e forza. Tavoli diversi, ma uniti dallo stesso spirito. Quei cinque tavoli sono stati battuti all’asta da Christie’s, tra Italia e Stati Uniti, e l’intero ricavato è stato devoluto alla FDNY Columbia Association, per aiutare concretamente le famiglie dei pompieri caduti. Nessun guadagno, nessuna strategia. Solo rispetto. Quando ho visto quei tavoli finiti… ho sentito qualcosa. Non era falegnameria. Era un atto umano, una forma di preghiera laica. In quei tavoli c’era il coraggio di chi ha dato la vita per gli altri. E noi, con il nostro mestiere, abbiamo solo cercato di raccontarlo. Perché anche un falegname può parlare degli eroi, senza dire una parola. Ma non ci siamo fermati lì. Abbiamo sentito che serviva qualcosa di più grande. Così abbiamo chiamato oltre 40 aziende italiane dell’arredamento, le abbiamo invitate a creare ciascuna un prodotto ispirato a quel tema, e abbiamo raccolto tutto in un catalogo commemorativo. Un gesto corale, di sistema, che parlasse del design italiano come cultura, non solo come mercato. Poi abbiamo organizzato una presentazione ufficiale, con il Presidente della Camera del Lavoro, il Presidente di Federlegno e altre istituzioni.
Ha collaborato con importanti designer e architetti oltre a giovani talenti e figure creative come Iginio Massari. C’è stato un momento in cui ha capito che la collaborazione con designer e creativi poteva diventare il vero motore dell’azienda?
«La svolta vera è arrivata quando abbiamo capito che il dialogo con i designer non era solo un modo per avere forme nuove, ma un modo per crescere, confrontarci, alzare il livello. Il primo che ci ha fatto vedere le cose in modo diverso è stato Mario Botta. I suoi tavoli non erano semplici oggetti: erano strutture, architetture. Linee forti, solide, che parlavano lo stesso linguaggio del nostro legno. Lì abbiamo capito che non si trattava solo di fare qualcosa di bello, ma di dare un significato alla materia. Poi sono arrivati Renzo Piano, De Lucchi, Pininfarina. Gente con una visione, ma anche con rispetto. Ricordo quando Renzo Piano ci ha riuniti, eravamo una trentina di artigiani, e ha detto una frase che non dimenticherò mai: “Vi devo ringraziare, perché senza di voi non sarei chi sono oggi.” Per noi è stato un riconoscimento vero. Di quelli che ti porti dentro. Abbiamo anche cercato di aprirci a strade meno convenzionali. Con Iginio Massari, per esempio, abbiamo realizzato uno sgabello in legno ispirato alla pasticceria: è una piccola cosa, ma racconta bene cosa può succedere quando metti insieme mondi diversi con serietà. Oggi lavoriamo con oltre cento designer, ma non abbiamo mai perso la testa. Il nostro metodo è chiaro: ogni progetto deve rispettare il legno, la nostra filosofia e le nostre mani. Il designer viene qui, vede come lavoriamo, parla con i falegnami. Se l’idea non è realizzabile, o non la sentiamo nostra, non si fa. Semplice. Non diciamo sempre sì. Non siamo una fabbrica di cataloghi. A volte capita anche di fermare progetti troppo spinti, troppo lontani. Perché non vogliamo perdere l’identità solo per fare qualcosa di diverso. Il punto non è sorprendere a tutti i costi, ma fare le cose bene, in modo coerente. Il contatto umano conta più della firma. Il nome è importante, certo, ma se dietro non c’è dialogo, rispetto, presenza… non funziona. Cerchiamo persone che abbiano idee, ma anche l’umiltà di ascoltare il materiale. Perché il legno non si impone: si accompagna. Ha le sue venature, i suoi nodi, le sue regole. E se non le capisci, il progetto non sta in piedi. Tutto questo ci ha permesso di costruire una collezione ampia, varia, ma sempre riconoscibile. Perché anche se cambia il disegno, il messaggio resta quello: fare le cose con onestà, con mani vere, per lasciare qualcosa. E io questo lo vivo ogni giorno, non solo nel lavoro. Se vedo un foglio per terra, lo raccolgo e lo butto. Perché credo nel rispetto di quello che è mio, ma anche di quello che è di tutti: le strade, l’ambiente, i luoghi dove viviamo. È una forma di responsabilità che parte dalle piccole cose. Lo so che oggi tanti se ne fregano, che certi valori sembrano persi. Ma io non voglio smettere di crederci. Io voglio essere quel seme. Perché se nessuno fa niente, viviamo davvero nel caos. Ma se anche uno solo inizia a fare la sua parte, qualcosa può ancora cambiare.»
Noi siamo un’azienda che fa comunicazione e non posso non chiederle come è cambiato nel tempo il vostro approccio alla comunicazione, sia nei confronti dei clienti che verso il grande pubblico?
«La comunicazione, per noi, è cambiata tanto — ma non nella sostanza. Quello che è cambiato sono i canali, i linguaggi. Ma l’obiettivo è sempre stato lo stesso: raccontare chi siamo davvero. Non vendere un prodotto, ma condividere un’idea, una visione, un valore. Fino a qualche anno fa si faceva tutto con le fiere, i rapporti diretti, la carta stampata. Io sono sempre stato legato alla comunicazione cartacea, quella concreta, che resta. E ancora oggi investiamo in stampa, in cataloghi curati, in fotografia fatta bene. Perché l’immagine conta, eccome. Ma da sola non basta più. Oggi usiamo molto anche i social, con un ufficio stampa che lavora bene e con attenzione. Cerchiamo di raccontare l’azienda, non solo mostrarla. Facciamo video, mostriamo come nasce un tavolo, raccontiamo la vita del laboratorio, dei falegnami, il perché di una scelta, il valore di un legno. Abbiamo una comunicazione che spiega il nostro modo di produrre, non solo cosa abbiamo da vendere. Perché è lì che si fa la differenza. E a un certo punto ci siamo accorti — forse più volte nel tempo — che il racconto è più potente del prodotto stesso. Non perché il prodotto abbia meno valore, anzi. Ma perché se non racconti perché lo fai in quel modo, per chi lo fai, da dove viene quel legno, cosa c’è dietro quella finitura, la gente non lo capisce fino in fondo. Non coglie cosa sta comprando davvero. Noi oggi comunichiamo per educare, non per spingere. Per far passare un messaggio, non solo per vendere un tavolo. Lo dico sempre: noi sappiamo fare arredamento, ma sappiamo fare anche cose spettacolari. E vogliamo che la gente lo sappia, ma per davvero. Non con slogan, ma con storie. Anche perché oggi tutto è amorfo, superficiale. C’è bisogno di contenuti belli, di cose vere. E noi andiamo per la nostra strada: non seguiamo le mode. La comunicazione non è solo marketing. È un gesto culturale. E se non racconti con profondità, oggi non lasci traccia.»
Oggi molti brand investono su storytelling, identità visiva e presenza social. Qual è la vostra strategia attuale per raccontare l’azienda e i suoi valori al pubblico contemporaneo?
«Si parla tanto di storytelling, estetica, social. E va bene, sono strumenti importanti. Ma per noi la priorità resta essere coerenti con ciò che siamo. Non abbiamo mai inseguito le mode, né cambiato pelle per piacere di più. Preferiamo un messaggio pulito, vero, fatto di immagini che parlano la lingua del legno, non quella del marketing puro. La nostra strategia è molto semplice: mostrare il nostro mondo per come è, senza filtri. Come le accennavo, il laboratorio, le mani che lavorano, il falegname che rifinisce un tavolo, il dettaglio di una venatura. Le persone devono capire che dietro ogni mobile Riva1920 c’è un processo, un’idea, un materiale scelto con attenzione. Non è solo estetica: è sostanza. Certo, la parte visiva ha un peso. Un’immagine ben fatta aiuta a trasmettere la qualità. Per questo investiamo in fotografia, in video emozionali, in progetti editoriali curati. Ma l’obiettivo non è “apparire”, è trasmettere un valore. L’estetica deve essere al servizio del messaggio, non il contrario. E no, non abbiamo mai pensato di cambiare stile per rincorrere una tendenza. Il nostro stile nasce da quello che siamo: essenziale, onesto, legato alla natura. Sarebbe un controsenso snaturarlo. Abbiamo scelto di parlare di lusso sostenibile, di etica produttiva, di rispetto per la materia. E chi ci segue, chi compra da noi, lo fa proprio per questo. Il nostro obiettivo non è solo essere visti, ma essere compresi. Perché se comunichi bene, non stai vendendo un tavolo. Stai raccontando una scelta di vita.»
Organizzate eventi, curate un museo aziendale e spingete sul contatto diretto col pubblico. Che ruolo ha la comunicazione “esperienziale” nel posizionamento del brand?
«L’esperienza viene prima dell’acquisto, e se non c’è coinvolgimento reale, non resta nulla. Chi entra in Riva1920 non compra semplicemente un tavolo: sceglie un modo diverso di vivere il legno, la casa, il tempo. Il Riva Center è il cuore di tutto questo. Non è solo uno showroom, ma una cittadella della cultura del legno. C’è lo spazio espositivo, il Museo del Legno con oltre 4.000 utensili antichi… E poi c’è il Pangea Lab, uno spazio creativo aperto a studenti, giovani designer, scuole, architetti e incontri. Chi entra lì capisce subito che non facciamo solo mobili: facciamo cultura. Una volta, un signore dopo aver visto la nostra falegnameria mi ha detto: “Qui si respira qualcosa che non c’è da nessun’altra parte.” È lì che capisci che non stai solo mostrando un prodotto, ma stai lasciando un segno. La verità è che il legno va toccato, sentito, annusato. L’esperienza fisica non può essere davvero replicata in digitale, ma possiamo avvicinarci: con video, tour virtuali, interviste, contenuti veri. Non animazioni finte o immagini patinate. Mostriamo i nostri falegnami, il legno che vibra sotto le mani dei nostri falegnami. Per noi aprire l’azienda al pubblico è fondamentale. Lo facciamo con eventi come la Festa del Legno, che tornerà anche il prossimo novembre: una giornata in cui accogliamo famiglie, scuole, appassionati, curiosi. È un modo per far vivere davvero l’azienda da dentro — per trasformare la visita in un’esperienza, non in una semplice vetrina. Ma uno dei progetti a cui tengo di più è il Design Award. Ogni anno invitiamo studenti, giovani architetti e creativi emergenti a progettare un mobile in legno massello, in linea con i nostri valori. Non è un concorso qualunque: i vincitori vedono il loro progetto realizzato qui, nel nostro laboratorio, fianco a fianco con i nostri falegnami. Questo per me è un passaggio di testimone, un modo concreto per trasmettere la cultura del legno alle nuove generazioni, farla evolvere senza perderla. Perché il contatto diretto, lo scambio, la condivisione di mani e idee… creano un legame che nessuna pubblicità potrà mai sostituire. Ogni mobile che esce da qui porta con sé un seme di futuro — e non è solo una frase: è una responsabilità concreta. Così creiamo un legame tra chi compra e l’ambiente, tra oggetto e territorio.»
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